lunedì 16 gennaio 2012

abbracciare Serena

Il titolo potrebbe evocare pellicole tipo “Fotografando Patrizia”, ma la Serena (una ragazzina che ai tempi ci faceva andare fuori di matto per via degli shorts attillatissimi che usava indossare) non c’entra nulla.
Una delle passioni che hanno accompagnato il tempo della mia adolescenza è stata la fotografia.
Giravo con una Minolta e deliravo per il bianco e nero sgranato. Tra il 1974 e il 1980 ho consumato qualche chilometro di Ilford HP5, la pellicola che si adattava alle mie umili mire artistiche. Stampavo in casa, con un piccolo ingranditore Durst.
Chiuso nello sgabuzzino, a temperature tropicali, prima di passare all’asciugatura delle mie opere sui muri piastrellati del bagno. Mia madre, la mattina dopo, intonava le stesse solfe: “Claudio, adesso porta via tutta questa roba da qui … !”
Con l’eco della nonna: “Eh si Claudio, la tua mama la g’ha resùn !”.
En passant va detto che la mia nonnina chiamava la fidanzata del Marelli “Sciura Tiziano”, sublimando il gergo della sua squisita milanesità insieme alla sfera sentimentale del mio amico interista.
Già all’inizio degli Ottanta le nuvolette della passione andavano diradando. Per tentare il colpo di coda avevo affiancato alla Minolta una Canon fiammante, la prima col motore incorporato, un giocattolo che, ai tempi, sembrava fantascienza.
Tenevi schiacciato il pulsante dello scatto e ta-ta-ta-ta-tac la camera ti sparava quante foto volevi in una prodigiosa rullata, ideale per la foto sportiva ma da usare con parsimonia, con un rullino da 36 pose bastavano tre raffiche e avevi esaurito le scorte…
Estate del 1983, 2 Luglio per la precisione. Quello che di lì a poco sarebbe diventato il patron del Milan si mette in testa di organizzare un torneo serale con le squadre di Milano, la Juve e, a turno, un paio di grandi compagini sudamericane: il Mundialito. Quell’anno giunsero a Milano il Flamengo e il Penarol.
Il Marelli, che abitava una ventina di metri sotto il mio appartamento, una sera mi incrocia davanti al portone: Claudietto (ero già sui 90 chili prima della colazione già evacuato, sic, ma lui ancora adesso mi chiama vezzeggiando…) ti piacerebbe vedere il derby del Mundialito a bordo-campo, insieme ai fotografi ufficiali ?
Dico, Marelli, te se matt, e me lo chiedi ? Cosa vuoi che ti dica, dimmi dove e quando e sono già lì. Non ricordo la ragione per cui il mio amico serpente avesse accesso a certe possibilità, sicuramente qualcosa che c’entrava con la sua professione di giornalista, la fibrillazione per l’evento superava la curiosità.
Fatto sta che seguo le sue direttive e mi presento davanti ai cancelli di San Siro con largo anticipo, e la macchina fotografica a tracolla, lui mi appioppa una pettorina dove c’è scritto “STAMPA” e mi fa entrare sul manto erboso dove di lì a poco avrebbe avuto inizio il derby.
Raccomandazione, di rito, ma ci stava: Claudietto, stai schiscio, la categoria è quella dei fotografi professionisti, tu stai lì buono, fai le tue foto, goditi la partita, non ti scoprire troppo, se qualcuno ti chiede di che giornale sei stai sul vago, tipo “free lance”, mi raccomando non farmi fare brutte figure.
Bene. A 23 anni per la prima (e unica) volta cammino sul manto erboso del Tempio (Merci, Marelì).
Mi piazzo dietro la rete di Zenga, sperando di poterlo apprezzare nel gesto del portiere che, incolpevole, si china a raccogliere i palloni della sconfitta. Per onor di cronaca va detto che il Milan era reduce dal Purgatorio, ma già schierava tre giocatori che avrebbero segnato un’epoca scintillante nella squadra che oggi è considerata “la più forte di tutti i tempi”:
Nuciari – Tassotti – Evani – Pasinato – Canuti – Baresi II – Icardi – Romano – Serena – Verza – Incocciati.
L’Inter, sulla carta certamente più forte:
Zenga – Bergomi – Ferri – Baresi I – Collovati – Bini – Van Der Giip – Sabato – Altobelli – Beccalossi – Marini.
L’anno prima avevamo ceduto Collovati ai bauscia, e in cambio erano arrivati “Vapore” Pasinato, Canuti e Serena.
Tempi bui ma pieni di voglia.
Note sparse: Nuciari è da tempo il preparatore dei portieri dell’Inter. Ho avuto un debole per Vinicio Verza. Non mi ricordo di Van Der Giip.
Il Milan è in serata, scatto pochissime foto e guardo la partita con avidità. Impressiona vedere da vicino il livello atletico di certi giocatori, un passaggio rasoterra di 20 metri è un tiro in porta. Nei cross l’area è un’accolita di energumeni che se le suonano di santa ragione.
Ed è proprio da un cross che vedo spuntare la zazzera bionda di Aldo Serena, che piazza la zuccata vincente dell’1 a 0.
Esulto implodendo, ligio alle raccomandazioni del Marelli. L’Inter preme, cerca di recuperare lo svantaggio, ma il Milan è in partita.
Secondo tempo, cambio di campo. Anche per me, che per un paio d’ore vivo alle spalle di Walter Zenga.
Inizia la ripresa e Altobelli pareggia, ma non mi ricordo come, strano vero ?
Non passano cinque minuti che davanti a me, sul margine destro dell’area nerazzurra vedo ciondolare Vinicio Verza (non saprei dire, non mi ricordo, ma passatemi la libidine). Serena è sul versante opposto del campo, finta di andare al centro e si allarga. Vinicio lo vede e pennella un cross lungo che piove sul suo piede sinistro. Io sono sulla diagonale, appoggiato ai cartelloni pubblicitari. Mi dico: adesso stoppa a seguire e mi si presenta davanti a Deltaplano Zenga, l’Aldone. Mi sbaglio.
Il Nostro si blocca di colpo e aspetta il cioccolatino, carica il sinistro (che è il suo piede) con tutta la forza che ha.
L’impatto è al bacio, il siluro parte dritto e devastante.
Zenga accenna al volo quando ormai lo schianto è cosa fatta. Sette pieno, imprendibile. Un golasso, come oggi direbbe Josè Altafini (lui che nel Milan, e non solo, ne ha fatti tanti).
Ma chi c’è ad abbracciare Serena sul prato del Tempio ? C’è Baresi, c’è Evani, e Verza, Romano … e poi … ?
E poi ci sono io … eh eh eh … ma dai ? Ma si, sun proppi mì, con la macchina fotografica che mi salta sul petto, in salopette rossa e “all stars” bianche (sono un ex-cestista).
Sento delle urla dietro di me, non mi volto, mi disperdo nella confusione dello stadio appena esploso, il cuore batte forte, quasi certamente ho un’espressione che vagola in una fissità un po’ ebete, la trance è evidente, corro verso il fuoco.
Serena mi abbraccia e mi guarda stranito, è un attimo, gli grido “grande Aldo, che gol, che gol, che gol !!!”.
Sono nell’area dell’Inter, in piedi, da solo, a pochi metri da Zenga. I giocatori del Milan tornano a centrocampo (la partita la vinceremo noi). In un baleno di coscienza alzo lo sguardo e corricchio verso il mio posticino, dietro la porta. Mi vengono incontro due fotografi che mi prendono per le braccia e mi trascinano via: “Ma sei impazzito ? Ma scusa, tu chi sei ? Ma lo sai che ci puoi rovinare ?”
Mi piove addosso una gragnuola di insulti, mi rimettono a sedere. Non li sento, godo troppo (la doppietta dell’ex …) e mi scosto in fondo alla fila, muto. Penso a Tiziano, chissà se mi ha visto … Ma sono andato proprio in campo ad abbracciare Serena ? Si. Mi sa proprio di si.
A fine partita tutti i fotografi (almeno una decina) mi guardano con ostilità. Uno di loro mi fa, duro: “non farti più vedere”.
Olamadona, penso io, cos’ho fatto, ho abbracciato un essere umano con la maglia rossonera che mi ha dato la gioia di segnare un gol da cineteca che ci ha regalato la vittoria contro i bauscia. Dovrebbero essere tutti contenti, no ?
Incrocio Tiziano, che ha visto la partita dietro la porta del Milan: Sanfi, ma sei scemo ? E ride con un matto: “Ma tu sei proprio fuori …”. Io lo guardo: ”ma almeno hai visto che gol, eh ? L’hai visto ? Due pappine due, caro Marelli, a-ca-sa !”.
A casa, appunto. che sarà stata mezzanotte. Accendo la tele e guardo il servizio su Italia Uno. Scorrono le azioni, i gol … vuoi vedere che … eh già: al gol di Serena mi vedo caracollare con la mia corsa piuttosto peculiare, disemm inscì (tipo quella dei cani al trotto, di traverso) che taglio l’area e piazzo il braccio sul collo dell’Aldone. In coda si vedono i fotografi che saltano in piedi per cercare di fermarmi.
Abbracciare Serena. Però – solo per una volta – l’Aldo. C.S.


p.s. - Per la serie “vita vera” potete visitare il seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=3rPgpMe983U e al minuto 7:45, per un paio di secondi, vedrete un tipo in salopette rossa che sta seduto alla destra della porta difesa da Zenga. Al gol di Serena (su cross di Pasinato e non di Verza, ma il bianchetto l’ho buttato via) il tipo in questione, che poi sarei io, si alza esultando e sta per entrare in area. Purtroppo la ripresa si interrompe per lasciare spazio ai replay. Però si vede che Serena, in primo piano mentre esulta, si volta verso la porta e non verso i meravigliosi compagni di casacca. Sta guardando me, che gli vado incontro di corsa. Dopo qualche secondo nell’abbraccio ci sono anch’io, anche se non si vede. Grazie per l’applauso, dovere.

dal sito di Panorama - link: http://blog.panorama.it/libri/2012/01/13/abbracciare-serena-alle-fine-del-derby/#more-17520

Vita da derby, in nero e azzurro

Non vado nemmeno a cercare sugli annali anche perché non so bene che anno cercare, e poi i derby amichevoli magari neanche li mettono. So soltanto che ero piccolo, piccolissimo, e andavo con mio padre a vedere quello che sarebbe stato il primo incontro stracittadino della mia vita. Era la fine dell’estate - sono sicuro: faceva caldo anche se era sera fatta - e credo che agli occhi di un bambino di 4, 5 o 6 anni (stiamo quindi parlando più o meno di mezzo secolo fa!) niente poteva apparire più bello che lo spalancarsi di quel San Siro illuminato per la “notturna”: era proprio così che chiamavano la partita i grandi che mi tenevano per mano
già questo - per me - sapeva di trasgressivo e di molto adulto.
Ho pochissime immagini di quell’evento straordinario, e quasi non voglio nemmeno cercarne delle altre. Mi ricordo solo che ero in alto alto e in curva (per chi capisce di San Siro: quella che è adesso la preferita dai tifosi interisti) e che ero molto nervoso nell’attesa dell’ingresso delle squadre in campo, mi ricordo i cori e i colori e anche che il Milan vinse 4 a 0, che noi facemmo solo un tiro in porta e su punizione, che nell’Inter mi pare giocasse (ma non ne sono sicuro) un cileno che si chiamava Toro e che alla fine arrivammo faticosamente alla macchina (Fiat 850, color acqua marina, l’auto di famiglia appena comprata, rate infinite: da qualcuno devo aver pur preso.
Come conseguenza di quella prima uscita ufficiale da tifoso nerazzurro quasi ancora in fasce il mio papà mi asciugò le copiosissime lacrime e mi consolò dicendo: “Vedrai che il prossimo andrà meglio, vinceremo noi”. Invece non fu così e non lo fu proprio mai, in sua compagnia. Per capirci meglio: le stracittadine viste ancora da quella volta insieme non solo le perdemmo sempre - con 3, 2, 1 gol di scarto - ma non riuscimmo nemmeno mai a pareggiare, né a segnare un gol, nemmeno uno che fosse uno! Nonostante questo ruolino di marcia da accoppiata familiare assolutamente disastroso il genitore non aveva il coraggio di dirmi che forse era meglio, per scaramanzia, non si vedesse più un Inter-Milan (o viceversa) insieme, anche perché spiegare ad un bambino che cosa si intenda nel tirare in ballo la scaramanzia non è per niente facile e nemmeno educativo dal punto di vista delle certezze e dei fatalismi puri e semplici.
Ma a mio padre venne in soccorso la varicella, e anche questo fu episodio epocale. Era domenica 22 marzo 1964 (avevo quindi poco meno di nove anni), si disputava il derby di ritorno del campionato di quella stagione, e io mi ritrovai nel giro di poche ore pieno di pustole dalla testa ai piedi. In verità mi sembrava strano che il genitore non fosse dispiaciuto per la defezione imminente, ma pensai che prima o poi nella vita mi doveva succedere di saltare un Inter-Milan insieme: in fondo ne avevamo davanti - pensavo, ingenuo - molti altri per gli anni a venire.
Quel giorno, naturalmente, pur se a letto e ridotto ad uno straccio, avevo la radiolina incollata all’orecchio da molto prima del collegamento previsto; quando questo arrivò il transistor mi rimandò la notizia che il risultato era fermo sullo 0 a 0. Meno male, pensai: almeno stavolta non si perde. Invece, dopo un po’ dall’inizio della ripresa segnò Altafini per il Milan, e a me tornò il solito-malissimo-di-stomaco-da-sconfitta-di-derby, una roba che ormai avevo imparato a riconoscere, un dolore sordo che ti prende all’inizio piano poi diventa sempre più forte e alla fine si trasforma in spossatezza generale con nessuna annessa voglia di alzarsi dal letto, ad esempio (e soprattutto) per andare a scuola il giorno dopo. Del resto, con l’aggiunta di tutte le magagne e le insopportazioni dell’età adulta e dell’epopea nerazzurra nefasta (durata anni e anni, anche se forse ora definitivamente alle spalle), mi succede(rebbe) così anche oggi. Comunque, contro tutte le previsioni dovute alle esperienze fino a quel momento maturate, quella volta la palla non fece in tempo a tornare a centro campo che la prende Mariolino Corso, scarta almeno sei rossoneri e la deposita in fondo alla rete dopo aver scavalcato anche il portiere. La partita poi finisce, così, 1 a 1. Semplicemente, quando mio padre torna a casa mi dice: “Dopo un sacco di tempo non andiamo insieme al derby da anni e l’Inter riesce a fare un gol! E’ logico che da adesso ognuno va a San Siro per conto suo”. Inutile sarebbe confermare che quella sorta di macumba al contrario ha funzionato, perché è stato proprio andandoci senza di lui che ho cominciato a non veder perdere e basta la mia squadra: prima pareggi (anche a reti inviolate), poi magari anche qualche sconfitta ma anche tante, tantissime vittorie, alcune indimenticabili. Unica eccezione, buonissima per confermare la regola, accadrà l’8 novembre 1970, e mi è stato facile ritrovare il giorno esatto: la sera prima a Roma Benvenuti prese una prima tal suonata da Monzon, che il doppio evento negativo mi è rimasto ben fissato nella memoria. In quella data io e il genitore provammo a vedere se il sortilegio fosse mai caduto in prescrizione anche perché obbligati di nuovo a viaggiare in coppia per una stracittadina causa visita di un quasi-parente venuto da lontano al quale mica potevamo raccontargli della nostra disgrazia legata ai derby: in fondo eravamo pur sempre milanesi illuminati! Naturalmente finì come doveva finire, facendoci tornare immantinente alle sane reciproche distanze per l’occasione, convinti da un secco 3 a 0 per il Milan, anche con onta della rete finale segnata dall’odiato Rivera (prima Biasiolo e Villa), e noi costretti a giocare con improponibili scarponi del calibro (ahinoi!) di Cella e Fabbian: ricordo bene solo loro, gli altri li ho per fortuna rimossi. Unica consolazione, ma non ne sono sicuro: Lido Vieri che si infortuna quasi subito e conseguente debutto in porta di un giovanissimo Ivano Bordon che sembra palesarsi da subito portiere di ottima fattura, anche se motivi per ricredersi negli anni ce ne saranno a iosa. Per amore di storia nerazzurra va detto che la mia squadra dopo quella disfatta cambiò marcia, allenatore (arrivò un quasi sconosciuto Invernizzi, subito ribattezzato Robiola: ah, la creatività lombarda!), un onest’uomo di allenatore casareccio capace di ridisegnare in un niente la squadra, compilare una tabella-scudetto che farà epoca e proprio nel derby di ritorno (non mancherò certo l’appuntamento andandoci, of course, da solo) in solo mezz’ora ci penseranno Corso e Mazzola a stroncare velleità stracittadine e possibile tricolore di rincorsa (arrancavano dietro, ma neanche di tanto) degli insopportabilissimi cugini.
Riprendendo solo con i bei ricordi, nei derby degli anni a venire potrebbe anche valere per tutti un 5 a 1, con tre gol nei primi dieci minuti (ad essere precisi: nel periodo compreso fra il 5° e il 9° pt), e mi ricordo che in porta c’era Pizzaballa in sostituzione di Albertosi infortunato e che prima della partita aveva detto essere pur vero che da tanto tempo non giocava, ma avrebbe fatto di tutto per non far rimpiangere il portiere titolare. Gli arrivarono in sequenza, nel sacco, sberle da Oriali, Boninsegna due volte (la prima con deviazione di Sabadini), poi accorciò Chiarugi, alla fine del primo tempo allungò Mazzola e nella ripresa - giocata da noi come in allenamento, e impreziosita da tanti “olè” che facevano sembrare San Siro un catino da corrida - arrotondò Mariani. Dico tutto così, quasi a braccio, e non sono mica cazzate da ricordare (ho solo controllato la sequenza delle reti): son passati quasi quarant’anni, visto che era il marzo del ’74! Ufficialmente giocavamo in trasferta, e non dimenticherò mai la faccia del Flavio Belotti (milanista purosangue e campione niguardese assoluto di rutto libero) con me allo stadio, che dopo solo una manciata di minuti dal fischio d’inizio era rimasto senza parole e tale rimasto ostinatamente fino alla fine nonostante gli dessi continuamente di gomito; come unica consolazione, sulla via del ritorno, si prenderà la soddisfazione di vedere triturata dall’elica del suo vespone il mio bandierone nerazzurro nell’atto del mio sventolio reiterato, mentre attraversavamo il cavalcavia Bacula verso il ponte della Ghisolfa.
Delle tante altre stracittadine ricordo anche una volta - per la penuria di dané - l’ingresso a cancelli aperti, verso la fine della gara (in genere, a quello che adesso chiamano Meazza ma che per noi resta sempre e solo San Siro, il “tutti dentro”, ieri come oggi, avviene circa al 30° st), giusto in tempo per vedere uno storico gol di polpaccio di Bigon su respinta sfortunata di Burgnich che fissava il risultato sul 3 a 2 per il Milan (stiamo parlando del novembre ’71).
Arrivando a questo – calcisticamente parlando - splendido nuovo millennio ho avuto la ventura, fra le tante altre cose belle che mi ha riservato - come l’amore assoluto (a assolutamente ricambiato) per Cambiasso, la forte impressione (quasi certezza, invero) di essere almeno lontano parente di Xavier-mio-capitano, e la marcata sensazione che se avessi continuato a calcare i campi di gioco oltre i sedici anni senz’altro qualcosa più di Quaresma sarei riuscito a combinare - di regalarmi alcuni momenti epocali per la mia personale storia nerazzurra, e parlando sempre di derby mi piace citare quello legato ad un grande e unico allenatore come Mourinho, capacissimo creatore di una squadra di miei eroi pressoché perfetta, in grado (fra le altre cose) di infliggere ai facenti parte dell’altra sponda calcistica meneghina (tutti: squadra e tifosi) una doppietta esaltante nelle due gare della Madonnina disputatesi nell’anno di grazia calcistica 2009-10: addirittura un 4 a 0 “in trasferta” all’andata - una squadra sola in campo, e smetto qui per non infierire e dilungarmi inutilmente, che le parole non servono - e un 2 a 0 al ritorno dove, se anche le squadre in campo erano due, bisogna sottolineare che la mia amata compagine si presentava a ranghi ridotti già prima di incominciare la gara per poi rimanere quasi subito in dieci e, verso la fine, addirittura in nove. Anche con due espulsi e un rigore contro - parato! - abbiamo dato lezione di gioco e di compattezza tale da regalarmi sensazioni di assoluta goduria.
A far mente locale e a far scorrere la memoria, ho pensato che di derby ne ho vissuti in tutte le salse e in tutte le competizioni, da quel primo quasi in fasce: di campionato ma anche di Champions (e provo ancora i brividi al pensiero del ritorno della prima delle due sfide: un’emozione e sofferenza unica per le mie coronarie da allora mai più salde uguali, e il pianto finale di Cordoba era del tutto simile al mio), di Coppa Italia, in amichevole e financo in un Mundialito addirittura dall’interno campo, dietro la porta di Nuciari e aguzzando la vista giusto per vedere - ahimé - Serena con indosso la maglia sbagliata far partire al volo un siluro di destro buono per fissare un 2 a 1 per loro, risultato peraltro meritato. Per dire: alla fine dell’ultimo derby di cui sopra, ho chiesto a mia moglie di darmi un pizzicotto, ricavandone solo poi la fantastica certezza che non stavo vivendo soltanto un bel sogno. Invece ero sveglio, sveglissimo, e lo sono probabilmente fin dalla sera di quell’improbabile e traumatizzante 0 a 4 in compagnia di mio padre, sempre che non sia stato giocato - chissà - solo nella mia immaginazione di precocissimo bambino bardato di nerazzurro. Davvero, non avrei potuto esserlo di nessun altro colore, mai. T.M.

mercoledì 21 dicembre 2011

quelli come Beppe Viola


Per un Milan - Inter degli anni Settanta finito 0 a 0 senza un tiro in porta Beppe Viola, che doveva realizzare il servizio per la Domenica Sportiva, decise di mandare in onda le immagini di un derby del 1963 per rispetto dei settantamila di San Siro, incolpevoli vittime di quello che aveva definito un "derbycidio". Dei tanti episodi che narrano il suo "modo di stare in campo" questo mi sembra il più emblematico. Inventore di battute fulminanti ("il pugile torna all'angolo: come sto andando ? Se lo ammazzi fai pari" oppure "sopporterei 37 e 2 di febbre tutta la vita pur di avere la seconda palla di servizio di Mc Enroe"), gestore dell'Ufficio Facce, luogo incaricato a riconoscere il tifo dalla fisionomica (Lei è del Milan, vero ?), giornalista, sceneggiatore, scrittore di canzoni. Un eclettico naturale col bonus di una capacità di osservazione fuori dal comune e una leggerezza capace di trasmettere conoscenza e calore umano senza prendersi sul serio. Frequentatore assiduo di San Siro anche nel senso dell'ippodromo, dove poteva incontrare facce che scrivevano da sole. Un purosangue poteva presentarlo così: "quando il nome di un cavallo esce dall'ippodromo e diventa popolare vuol dire che il cavallo è proprio un grosso tipo". Insomma, un fuoriclasse. In una televisione popolata da giornalisti sportivi che riescono a chiamare "scarpini" le scarpe da pallone è bene ricordare la sua lezione. Che non ha tempo. C.S.


dal sito di Panorama - link: http://blog.panorama.it/libri/2011/11/29/quelli-come-beppe-viola/

lo stadio


Prato di insalata (russa), linee di caviale iraniano, a bordo-campo le magnum da 100 litri di uno champagne così buono che sembra un rosè, le porte d'oro (firmate da Manzù o da Michelangelo), l'arbitro vestito come Hitler così mantiene l'ordine in campo, il portiere bendato che para una damigiana... il paradosso verticale di una comicità stratosferica e lieve in uno sketch del 1974 che non ha tempo.
Allo stadio ci vado ogni tanto, da anni non ho più l'abbonamento al mio Milan, e non ho la "tessera del tifoso" perchè la mia religione lo vieta.
Quando ho portato per la prima volta i miei figli a San Siro ho dovuto consegnare in banca i loro documenti d'identità (avevano 8 e 6 anni), e ho firmato la "dichiarazione antimafia".
Non è un altro estratto dallo sketch di Cochi e Renato, è la verità. Il paradosso è un'arma intelligente per trascendere la realtà, ma può capitare che la realtà si vendichi fottendosene dell'intelligenza. Quella volta i bambini restarono quasi imprigionati nei "tornelli innovativi", che pesano come un tir norvegese carico di incudini, i poliziotti che ti accolgono dopo l'ingresso sono lì a spingere le pressofusioni in soccorso a donne, bambini, persone anziane. Provo a immaginare questo sketch con gli ingredienti di oggi, con quella libertà espressiva che nel vocabolario non annoverava parole come share, audience e rating. E rido, che fa bene al sistema nervoso, e piace molto alle donne. C.S.


Dal sito di Panorama - link: http://blog.panorama.it/libri/2011/11/15/lo-stadio/

Riletture: Gigi Garanzini - Nereo Rocco. La leggenda del Paròn continua.




1. Tuto quel che se movi su l'erba, daghe. Se xe la bala, pasiensa.
2. Vinca il migliore, Signor Rocco. "Ciò, speremo de no".
3. Primi anni sessanta, trasferta del Milan in Francia, un giornalista si rivolge al Paròn: "Monsieur Rocco, mon ami...". Risposta: "Mona a mi? Mona a ti e anca testa de gran casso".
4. Viene nominato Cavaliere della repubblica: "Ma no i ga altri mone de darghe premi, 'sti Italiani?"
Lo zibaldone orale di Nereo Rocco, il Paròn, è un'apoteosi della battuta schietta. 
Un grande personaggio e un grande uomo di calcio la cui memoria merita un libro bello come quello che gli ha dedicato Gigi Garanzini, La leggenda del Paròn. La prima edizione risale alla fine degli anni novanta, edita da Baldini & Castoldi. Due anni fa ne è uscita una aggiornata e arricchita di nuovi interventi che porta un titolo leggermente diverso: Nereo Rocco - la leggenda del paròn continua (Mondadori - Strade Blu).
Garanzini racconta Rocco con amore e stile, fiutando tra le radici della passione che ha rappresentato un porto franco per milioni di Italiani negli anni del post-dopoguerra e del boom economico. Dalle sue pagine la figura del Paròn si materializza in un corpo che trasmette i valori che già allora facevano a pugni con le nuove sirene della modernità: amicizia, convivialità, rispetto, sportività, umorismo, umiltà. Quelle cose che sono (dovrebbero) stare sempre al centro (o a centrocampo...) e che Nereo Rocco ha testimoniato senza un'oncia di retorica in una vita spesa a far correre il pallone sul prato. Garanzini ama la visione della vita che il Paròn incarna, e la racconta a più voci, senza sperperare nulla di quel tesoro che il grande triestino ha costruito nel tempo. Ogni episodio è il pretesto ideale per restituire al lettore l'origine di quella passione capace di sentire sport, saggezza e tradizione come un'unica bandiera, come un bel modo di stare al mondo. Da tenere sempre in parte al comodino. C.S.


dal sito di Panorama - link: http://blog.panorama.it/libri/2011/12/16/riletture%C2%A0gigi-garanzini-nereo-rocco-la-leggenda-del-paron-continua/

mercoledì 14 dicembre 2011

Quando il fuori-orario diventa un insulto. Alla maglia.




Sono d’accordo con Ranieri, quindi preferisco tralasciare ogni considerazione sul fatto che forse l’Inter – una volta di più – abbia finalmente “svoltato”. Ogni svolta, purtroppo, mi sembra ancora lontana dal venire, ed è quasi meglio ragionare sul fatto che i bei tempi andati, con una squadra messa così, non tornano più tanto presto. Facciamocene una ragione e guardiamo avanti, ma proprio per questo, per il bisogno di guardare avanti con costrutto, voglio riavvolgere il nastro delle imprese nerazzurre di qualche giorno fa, che può essere utile per tutti.
Infatti, dopo le partite con Udinese e CSKA non sapevo se essere infuriato, se mollare il colpo o vedere la cosa con ragionamento. La prima sensazione con l’andare delle ore mi è passata, la seconda non sia ma che un nerazzurro lo faccia, e allora mi rimane la terza. Quindi, vediamo di ragionare e mettere dei punti fermi, e uno di questi si riferisce a dopo la sconfitta con i friulani. Riportano le cronache che, a seguire quella prova inguardabile, due dei protagonisti più perversi di quella che non si dovrebbe nemmeno definire partita, Zarate e Alavarez, sono stati beccati in discoteca a ballare fino alle cinque del mattino. Sarà che a me dopo una partita persa nella vita, di qualsiasi partita si tratti, l’ultima cosa che mi viene da fare è andare a ballare, ma la cosa mi è sembrata surreale. Al massimo cado in momentanea depressione, voglio restare solo, e a farmi compagnia accetto solo un mio amico che si chiama Johnny Walker, che mi sorbisco in quantità assolutamente moderata e lui mi sopporta in paziente attesa di essere trangugiato; poi, via a letto, e (questo sì) domani è un altro giorno e si ricomincia. E, tanto per entrare ancor più nel merito: che cazzo ci sarà mai da festeggiare fin quasi al sopraggiungere dell’alba dopo una pena di un’ora e mezza più recupero di uno spettacolo simile? Del resto, i due ragasssi in questione non sono gli unici esempi del genere che abbiamo e abbiamo avuto in squadra. Non tendo mai a dare per scontate le voci che arrivano da più parti sui calciatori e la loro vita gaudente, ma siccome ormai alcuni spifferi sono cresciuti fino a diventare intense folate di bora, qualcuno mi sa spiegare come mai, da qualche tempo, quando si mormora di Maicon e Sneijder non lo si fa per narrare le loro gesta all’interno dei rettangoli di gioco, ma piuttosto quelle che riguardano l’elevato tasso alcoolico (quindi, non più tanto quello tecnico) che son bravi ad assorbire? Molte “vedette” non solo nerazzurre, infatti, pare ne abbiano potuto prendere atto con i loro occhi, in diversi trani di lusso del centro città e della periferia. Forse che questo spiega la “tenuta” fisica circoscritta ormai alla prima mezz’ora di gioco per entrambi, prima di sparire nel nulla del vacuo nerazzurro generale? Problemi fisici solo muscolari, i loro? Mah… Ho detto mezz’ora ma forse ho esagerato, visto che ormai le loro ultime apparizioni quasi non me le ricordo. Soprattutto quelle del Wes, al quale del resto ho già faticosamente perdonato (e l’ho fatto solo per amor di bandiera e patria calcistica) l’orrendo film del suo matrimonio nel senese solo pochi mesi fa e che le cronache impietose non ci hanno risparmiato, un vero e proprio trionfo di kitsch pacchiano con tanto di traino di cavalli bianchi e sposini assisi in carrozza, della serie: non facciamoci mancare niente, noi che adesso possiamo e mai avremmo potuto immaginare solo qualche anno fa.
Ho anche pensato che dev’essere l’aria di Appiano, forse troppo “pulita” in generale, e allora a qualcuno dei nostri campioni forse vien voglia di sporcarsela un po’ qua e là, come del resto appunto dimostra la storia nerazzurra passata e recente, zeppa di altre vittime illustri. Mi vengono in mente al volo - ed evito di scavare nella memoria alla ricerca di altri, sennò il mal di stomaco aumenta - Ronaldo, Vieri e Adriano, e i balli sfrenati e l’alcool a fiumi non erano nemmeno le uniche distrazioni, ché al peggio scontato non c’è mai fine soprattutto se a darne mostra son bambocci viziati ai quali non pare vero di poter combinare qualcosa che si avvicina all’armamentario squallido dell’arricchito medio e senza cervello.
Ma io mi domando: è tanto difficile passare qualche anno nella veste dell’atleta e basta, per poi scatenarsi e fare quello che si vuole appena appese le scarpe bullonate al chiodo? Vale la pena perdere milioni di euro (che le stupidaggini reiterate alla fin fine pesano sul rinnovo d’ingaggio) e vagonate d’ammirazione incondizionata da parte di schiere di tifosi adoranti per rovinarsi la vita, la reputazione e la forma fisica invece di aspettare a farlo quando poi non si deve rendere conto a nessuno, soprattutto ai compagni di squadra seri? Già, i compagni di squadra seri, tutta un’altra categoria. Mi viene in mente una serata di qualche anno fa, alla Comuna Baires di Milano. Ospite d’onore era Javier Zanetti, chiamato a rispondere alle domande del (folto, foltissimo) pubblico. Finito il bellissimo “balletto” (un tango immaginario e struggente, giusto ritmo per l’onore da rendere all’illustre ospite) di botte e risposte, si va tutti a cena insieme. Ricordo che il nostro capitano ha pasteggiato a pizza, insalata verde e acqua minerale naturale, poi alle dieci e un quarto ha guardato l’orologio, si è alzato e ha salutato perché il giorno dopo aveva l’allenamento: si è scusato, ma - testuale – doveva andarsene perché non poteva fare “più tardi di così”. I capelli erano sistemati come sempre li abbiamo visti sistemati sulla crapa solida di Zanetti, in nessun lembo scoperto del di lui corpo si intravedevano tracce bluastre di orrendi tatuaggi, il sorriso e la cortesia verso tutti gli astanti erano ben stampati su viso e sguardo luminosi. Quando è uscito il nostro Javier ha lasciato dietro di sé la sensazione che fosse passato qualcuno di etereo e nello stesso tempo di molto fisico, la stessa immagine che resterà nella memoria di tutti noi anche quando avrà smesso di giocare sfilandosi la fascia da capitano, un simbolo vivo e concreto che nessuno vorrebbe mai abbandonasse. Nella memoria di noi interisti tutti intendo, gli stessi ai quali un giorno qualcuno potrebbe chiedere chi mai erano Zarate e Alavarez, e magari non sapremo nemmeno bene cosa rispondere. O forse sì, e potrebbe suonare più o meno così: due giocatori discutibili mai del tutto realizzati, però nottambuli abituali che si sono persi nella nebbia in un periodo particolarmente buio per l’Inter. Poi, diranno le cronache del futuro, per fortuna è arrivata – davvero! - la “svolta”, e tutto ha ricominciato a girare per il verso giusto... T.M.


pubblicato il 14/12/2011 nel sito di Panorama - link:
http://blog.panorama.it/libri/2011/12/14/quando-il-fuori-orario-diventa-un-insulto-alla-maglia/

lunedì 5 dicembre 2011

Un caffè con Odoacre




Da qualche tempo, la mattina, mi capita di prendere il caffè al bar seduto ad un tavolino di distanza da Odoacre Chierico, ex giocatore della mia Inter e poi della Roma ormai di un bel po’ di anni fa. E quello è uno di quei momenti in cui, in maniera assolutamente inconsapevole, ridivento immediatamente bambino. Come quando facevo, appunto fin da piccolo, se mi capitava per strada di incontrare un calciatore e rimanevo a bocca aperta per tanto fortuna, mi guardava intorno per vedere se c’era qualcuno che mi conosceva e avesse poi potuto testimoniare - se ce ne fosse stato bisogno - che l’incontro era avvenuto davvero. E per un po’, solo per un po’, sembrava che la mia vita andasse viaggiando incrociata con qualche mito di quelli, magari solo il tempo necessario per qualche passo o per uno sguardo che sarebbe rimasto impresso solo a me.

Cose del genere – l’ho scritto anche nel libro – mi sono capitate quando all’oratorio di Niguarda venivano a tirare calci al pallone il lunedì (il loro giorno libero) Sandro Salvadore o Aquilino Bonfanti, cooptati da Don Gabriele perché facessero sentire a noi ragazzi quanto quello spazio, in quei tempi ormai andati, fosse ancora più insostituibile. Ma anche poi diventato io più grande la stessa sindrome da bambino basito dalla visione dei miti in maglietta e calzoncini (anche se per strada il vestiario loro era naturalmente “borghese”) è continuata. Mi ricordo una volta di essere rimasto con la brioche a mezza bocca vedendo entrare nel bar dove allora facevo colazione (era il mitico Matricola di viale Romagna, a Milano) Cesare Maldini con suo figlio Paolo, da poco diventato titolare fisso in prima squadra (più o meno venticinque anni fa, e comunque ero già ben grandicello), ancor più sorpreso del fatto che facessero colazione nello stesso modo mio (cappuccino e, appunto, brioche) tanto che per pochi attimi mi sono sentito atleta possibile, dimenticando che in quel periodo ero invece parecchio scosso dai danni provocati dalle almeno quaranta sigarette al dì che (allora) fumavo. O, qualche volta, il momento felice del dopopartita, fuori dai cancelli di San Siro quando si aspettava che i calciatori risalissero sul pullman e si chiedeva l’autografo indistinto: bastava che qualcuno-qualsiasi di loro lo facesse, che comunque andava benissimo. Il particolare più vivo che conservo di quei momenti era lo scoprire la tonalità dei capelli di quelli che si spingevano fino a noi per mettere uno scarabocchio su un foglietto di risulta: il castano non si coglieva nella tv in bianco e nero (e nemmeno il biondo accesissimo, se è per quello, e Haller con tanto di lentiggini fu una scoperta assoluta) e si aveva la sensazione di essere parte di una cerchia che aveva la fortuna ravvicinata e quasi esclusiva di aver scoperto il mondo del calcio a colori molto prima dell’avvento televisivo a tutte tinte. Per dire, la capigliatura marroncina tendente al chiaro di Sandro Mazzola fu una rivelazione sorprendente proprio di una di quelle domeniche pomeriggio, che riporto vivissima negli occhi ancora adesso.
Altre apparizioni sparse e indimenticabili negli anni furono quelle di Giacinto Facchetti (un passo imperiale, il suo) in via Durini a Milano poco tempo prima che si sapesse che era irrimediabilmente malato (a me sembrò, quel dì, invece l’uomo più sano della Terra). Ancora, Pietro Paolo Virdis, e per una ragione tutta particolare: anni fa eravamo seduti in due tavoli diversi nello stesso ristorante a Milano e solo poco settimane fa mi sembra di averlo incrociato sul metrò a Roma, ma forse era un sosia e in ogni caso quel “lui” – chiunque dei due fosse - era consapevole del mio sguardo fiso allucinato, visto che mi rispondeva a sua volta fissandomi, ma come se fossi scemo.
La stessa sorta di sindrome di Stendhal mi ha colpito, anche se sono un po’ riuscito a contenerla non dandola molto a vedere, per tutto il tempo che ho fatto il giornalista sportivo e mi sembrava di vivere in un luna park gratuito (i bambini adorano i luna park). Sono riuscito quindi a passare quasi una giornata intera con Maradona senza dar fuori di cotenna, ma comunque pizzicandomi ogni tanto per convincermi che non stavo sognando. Un’altra volta l’emozione era così tanta che ho bruciato con la brace della mia sigaretta - in sala stampa del Meazza (si poteva ancora fumare pure lì, e anche questo particolare testimonia del tempo assai passato) - un giubbotto a Beppe Bergomi facendo finta di niente, ché ripagarlo mi sarebbe costato almeno tre mesi di quella collaborazione (il quotidiano era Reporter) e spero che se mai leggerà ora di questo mio outing tenga conto che l’ormai eventuale reato (comunque colposo) dev’essere ormai caduto in prescrizione. Ricordo indelebile è anche quello mentalmente incamerato in occasione del giorno dell’inizio del ritiro estivo del Milan - c’è sempre quella squadraccia sul mio cammino, in un modo o nell’altro: dev’essere un karma da reincarnazione che devo scontare -  nel luglio del 1985, ultimo anno di Giussy Farina alla presidenza; entrai nell’ascensore in via Turati e subito dietro di me arrivarono Paolo Rossi e proprio Paolo Maldini (una sorta di passaggio delle consegne, fra di loro) che si conobbero praticamente lì, e credo si siano stretti la mano – la sensazione era quella - per la prima volta; nel breve tragitto rimasi schiacciato sul fondo del mezzo in salita per la consapevolezza della testimonianza epocale, anche se vissuta in solitudine. L’ultimo che qui cito è il momento delle confessioni tristi raccolte in un’intervista a Evaristo Beccalossi (per me, un mito irraggiungibile, e anche questo l’ho scritto più e più volte) quando se ne stava andando definitivamente dall’Inter: sforzavo di mantenermi professionale ma per quello che si andava perdendo in genio e gioia di veder giocare al pallone mi veniva da piangere, per lui, per me e per gli interisti tutti. Gli esempi potrebbero continuare a lungo, ma non farebbero altro che testimoniare della mia quasi ridicola condizione di infante mentale, ma sono sicuro che in molti mi capiscono, anche se poi forse farebbero fatica a confessare di soffrire dello stesso (assolutamente benigno, però) morbo.

Quando ho preso l’ultima volta il caffè vicino a Odoacre, solo qualche giorno fa, con me c’era mia moglie. Le ho detto, a bassa voce: “Lo vedi quello? E’ Odoacre Chierico! Ha giocato tre anni nell’Inter ed è stato anche titolare alla Roma nell’anno dello scudetto di Liedholm. Ti rendi conto?”. Lei ha guardato me, ha guardato lui, poi si è girata di nuovo e mi ha detto: “Va bene. E allora?”. Ho messo quasi il broncio, e mi sono zittito. Ai bambini, quando gli si rompe il giocattolo, la giornata poi finisce per girare tutta storta. T.M.

pubblicato il 30/11/2011 nel sito di Panorama - link:
http://blog.panorama.it/libri/2011/11/30/un-caffe-con-odoacre/#more-15869